E’ strano.
alcuni di voi mi scrivono che stanno soffrendo, mi chiedono aiuto. leggo nelle vostre poche righe una disperazione che conosco bene, anche se ognuno alla fine ha la sua causa personale. cosa devo fare, gaia, mi dite. e io non lo so. non lo so davvero. posso solo parlarvi del dolore, del mio dolore, di come lo vivo e lo affronto, di cosa ne penso. non sono cose originalissime, sapete. il dolore è un fatto democratico. si dice tanto che ognuno lo viva a modo suo, o lo manifesti a modo suo, ma alla fine, se ci fosse un colore per descriverlo, o una formula chimica, o magica, o un numero atomico, o gli si potesse fare una radiografia, verrebbe fuori esattamente la stessa cosa per chiunque. una volta pensavo che il mio dolore fosse il più importante e delicato di tutti i dolori del mondo. pensavo che come stavo male io non stava nessuno, non solo come quantità, ma anche e soprattutto come qualità. la mia sofferenza era maledetta, atomica, nobile e tridimensionale. era esclusiva, sfaccettata, raffinata e cosa più importante, intelligentissima. era un dolore da eroe. questo pensiero mi faceva stare in un certo senso meglio. mi faceva sentire migliore anche quando ero veramente a fondo e mi regalava un autocompiacimento sordido che sollevava la mia anima pesante. poi un giorno vidi una persona che conoscevo e che avevo sempre reputato molto “semplice” piangere per una cosa, e tutto cambiò. non sto a dirvi perchè o come, fatto sta che in quell’attimo realizzai che il mio non era assolutamente un dolore migliore, era dolore e basta, e come tale valeva. proprio come il dolore che stavo vedendo, che mi spezzava il cuore e contro cui non potevo fare nulla. mi piacerebbe che non fosse mai successo. aiutava, sapete. credere che solo tu fossi nel pozzo. quando si grida da soli ti sentono meglio. e invece alla fine c’è una marea infinita di gente che grida. questa è una cosa di cui ho dovuto prendere atto.
non vi posso aiutare. io per prima sto molto male in questo periodo. vi aiuta che vi racconti queste cose? forse. una volta credevo anche che la gente felice fosse cretina. devo ammettere che questo non è un pensiero che mi ha abbandonato del tutto, però diciamo che adesso sono capace di contestualizzare un po’ la cosa. l’ottimismo dei deficienti è sempre oggetto del mio disprezzo. l’ebbrezza estemporanea, la gioia violenta, un breve attimo di felicità sono invece diventate le cose che inseguo, e se dico di disprezzarle è solo perchè non le ho. lo so, non vi fa stare meglio. allora diciamo che mediamente quelli felici sono più cretini. statisticamente non mi si può dare torto.
come dovete viverlo il dolore? boh. davvero. se lo sapessi, userei il metodo con me. non vi posso dire la causa, ma posso farvi degli esempi. qualcuno qualche giorno fa mi ha scritto che kate winslet in l’amore non va in vacanza ricordava tantissimo me. buffissimo…l’ho sempre pensato anche io! a parte il suo zerbinaggio nei confronti di un uomo, che fortunatamente non mi appartiene, aveva molto delle mie reazioni. nella tenerezza per i vecchi. nell’amore per la loro compagnia. nella sbandata per jack black (;)). ma soprattutto nel modo in cui manifestava il dolore. QUELLA sono io. più o meno all’inizio del film, quando se ne va in giro per casa in tuta e calzini piangendo come una disperata, tutta sola, facendo proprio dei lamenti ad alta voce e nel frattempo dando da mangiare al gatto. il mio dolore, quando arriva, quando mi investe proprio, all’inzio è così. mi trasferisco in un posto deserto e vago facendo scene madri come l’amleto. dura parecchio, eh. sono resistente. poi invece piano piano sento che non ho più lacrime. mi arrabbio perchè non ne ho più! ma come, mi dico, dopo solo 6 ore. e allora mi ritrovo asciutta e secca circondata dai fazzoletti e dagli animali e da tutta una serie di fastidiosi pensieri di recupero. odioso. detesto quando mi portano via così i miei sfogi. poi succede una cosa stranissima. e cioè che io mi trovo orribile dopo pochi minuti che piango, e bellissima dopo che ho pianto 9 ore. mi cambiano proprio gli occhi. non so spiegare. dovrebbe essere il contrario. forse sono solo pazza.
a me non frega niente di quello che pensa la gente del mio carattere. mi piace talmente tanto per certi aspetti che mi perdono anche gli altri. però ammetto che se trovassi il modo di stare un po’ meglio, oggi, probabilmente lo userei.
si, anche per voi.
gaia